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Venticinque anni dopo, rileggendo le lettere dal carcere insieme alla giornalista Costanza Rizzacasa d’Orsogna, Stefano Cagliari ripercorre in un racconto intimo e toccante la vita del padre. Una vita tragicamente intrecciata alle vicende giudiziarie di Tangentopoli che stravolsero l’Italia. rnrn«È necessario fare ancora tanta strada per realizzare il principio stabilito dalla Costituzione secondo il quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità .» - dalla prefazione di Gherardo Colombornrn«Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza testa né anima. Qui dentro ciascuno è abbandonato a se stesso, nella ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nella inattività e nell'ignavia; la gente impigrisce, instupidisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.» - da una lettera di Gabriele Cagliari del 3 luglio 1993rnrn«L'ho sognato spesso, per anni, un sogno sempre uguale. Non era morto, il suicidio era stato un trucco per uscire. Viveva lontano, nascosto, dall'altra parte dell'oceano. Solo vent'anni dopo ho capito che chi si nascondeva in realtà ero io. Lui, "l'ex presidente dell'ENI morto suicida in carcere"", come riportano i media le rare volte, ormai, che fanno il suo nome, non se ne sarebbe mai andato per vivere fuggiasco.» - Stefano Cagliari rnrnrnrnGabriele Cagliari, allora presidente dell’ENI, venne arrestato la sera dell’8 marzo di venticinque anni fa su richiesta della procura di Milano, con l’accusa di avere autorizzato il pagamento di tangenti. Il 20 luglio, dopo 134 giorni di carcerazione preventiva, Cagliari venne ritrovato morto nel bagno della sua cella nel carcere di San Vittore. Si era ucciso soffocandosi con un sacchetto di plastica, ma prima aveva voluto spiegare il suo suicidio in varie lettere, di cui una indirizzata alla moglie, ai due figli e al nipotino: «Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna». In molte di queste lettere, finora inedite, Cagliari polemizzava con il trattamento riservatogli dai magistrati, che riteneva disumano e ingiusto, e la notizia della sua morte scatenò moltissime polemiche sugli eccessi della carcerazione preventiva. Il suo gesto disperato avrebbe avuto conseguenze terribili sulla vita della moglie e dei suoi familiari. Il figlio Stefano, che allora aveva trentasei anni, si trovò ad affrontare non solo i lutti (durante la detenzione del padre avrebbe perso la moglie e di lì a poco anche il fratello) ma pure l’assalto dei media e gli strascichi dell’inchiesta più discussa della nostra storia recente."
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